Treviso, 20 novembre 2018

Le più recenti evoluzioni del dibattito politico e le vicende connesse alla legge di stabilità, mi spingono a riprendere una riflessione che ho avuto modo di esprimere nella primavera di quest'anno, sull'immaturità della nostra politica, ma anche dei cittadini e del corpo elettorale di cui la politica è chiaramente espressione.
Quella riflessione mi spinge oggi ad alcune considerazioni che, ne sono consapevole, possono apparire "politicamente scorrette" e non conformi al pensiero dominante, ma che credo, si debba trovare il coraggio di esprimere.

La prima affermazione che mi sento di fare è che, non è vero, come vuole l'interpretazione politica oggi prevalente, che il popolo ha sempre ragione e va, comunque assecondato nella sua volontà. Quale che sia.

Già la storia, sia quella più lontana che quella più recente, sta a dimostrare come, in tante occasioni - a partire da Pilato -, l'applicazione del principio Vox Populi, Vox Dei, abbia prodotto anche grandi tragedie per l'umanità.

Ma è proprio la nostra Costituzione, riconosciuta tra le più aperte e democratiche che, lo dichiara apertamente.
Non è naturalmente in discussione il principio democratico alla base della nostra civiltà occidentale, che trova la sua espressione più efficace e condivisa nell'articolo 1 della Costituzione Italiana laddove dice: "La sovranità appartiene al popolo".
E' un principio indiscutibile ed è una conquista di libertà, che non ammette riserve.

Quello su cui vorrei portare la riflessione è però il seguito dello stesso articolo 1 che aggiunge: "che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione".
In altre parole, la nostra Costituzione chiarisce, fin dal suo primo articolo, che la sovranità popolare è comunque soggetta a dei limiti, concepiti proprio a garanzia dell'interesse generale dell'intera Nazione e della generalità dei cittadini.

La Costituzione contiene anche altre norme che confermano questo limite alla sovranità popolare. Un limite che la propaganda politica di questi mesi sembra ignorare o disconoscere.

L'art. 75, infatti, non ammette referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazioni a ratificare trattati internazionali.
Segno evidente del fatto che, alcuni temi per i quali sarebbe fin troppo facile o pericoloso, inseguire o seguire il consenso popolare in danno dell'interesse più generale della collettività e della Nazione, devono essere sottratti alla volontà e alla consultazione popolare, affidando la responsabilità di queste decisioni a chi è stato comunque democraticamente eletto dal popolo e deve con competenza e responsabilità assicurare il Governo della Nazione nell'interesse generale.
Ma va in questa direzione anche l'art. 67 della nostra Costituzione, che molte componenti politiche oggi vorrebbero capovolgere: "ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato".

Questa disposizione infatti esprime il pensiero illuminato dei nostri Costituenti, secondo cui l'interesse della Nazione deve prevalere sull'interesse delle diverse componenti sociali, che rappresentano la base elettorale di questa o quella forza politica. E unicamente a questo interesse generale deve conformarsi il comportamento di ciascun parlamentare, indipendentemente da chi lo abbia eletto.
Esattamente il contrario di quanto oggi vediamo sulla scena politica.

Il secondo pensiero "disallineato" che mi sento di fare, rispetto al politicamente corretto è questo.

Per anni sono stati additati al pubblico disprezzo i "professionisti della politica".
Io credo viceversa che la politica abbia bisogno di professionalità, alla pari di qualsiasi altra funzione nel nostro vivere civile.
La politica, come qualsiasi altra organizzazione, deve certamente trovare le forme e i modi attraverso i quali assicurare rinnovamento e ricambio.
Ma è evidente che oggi la politica deve tornare ad attrarre le persone migliori che la nostra società può esprimere. Persone che abbiano esperienze, competenze, e integrità morale da mettere a disposizione della collettività. Non improvvisati quindi, ma persone in grado di meritare il rispetto per l'alta funzione alla quale sono chiamati verso la collettività e in grado di assicurare professionalità anche attraverso la continuità nell'esercizio di questa funzione.

Questi elementi richiamano la necessità dunque di restituire alla politica quella dignità che oggi risulta gravemente compromessa e di ricostruire una classe politica e un metodo politico che siano certamente capaci di interpretare e tradurre in scelte, la volontà e le sensibilità del popolo sovrano, ma che siano anche e soprattutto in grado di determinarle, di orientarle e di guidarle nell'interesse collettivo, senza limitarsi a subirle.
L'esercizio della leadership d'altra parte, non è altro che questo.

Ma tutto questo è anche una grande responsabilità di tutti noi cittadini.
Quella di riprenderci in mano il nostro destino, di costruire una nuova politica, di recuperare il senso di comunità e di appartenenza solidale che serve nei momenti difficili di un Paese e di abbandonare quei comportamenti faziosi, di conflittualità permanente, di rancore sociale, di egoismo personale, generazionale o settoriale che sembrano essere l'unico alimento di cui si nutre e di cui è capace la modesta politica di questi nostri tempi.

Maria Cristina Piovesana
Presidente Vicario di Assindustria Venetocentro Imprenditori Padova Treviso

 

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